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Conferenza di Marco Scotini
Rappresentazione e potere nella società del controllo
L’immagine al lavoro nel capitalismo post-fordista

Ogni riflessione sullo statuto attuale dell’immagine non può limitarsi al regime visivo come tale: a quel duplice atto di “vedere e mostrare” che, unitamente e originariamente, lo istituisce. Tanto meno se abbiamo a che fare con una classe di immagini che definisce come proprio campo di rappresentazione quello “estremo” della relazione tra sovranità, nemico e terrore. Una classe di immagini, questa, che si è progressivamente e paradossalmente imposta alla cultura visuale a partire dalla fine della Guerra Fredda, consolidandosi definitivamente - dopo il 2001 - nel capitalismo della società della sicurezza contemporaneo. Limitare questa categoria di immagini al regime visivo sarebbe impossibile non tanto e non solo perché sappiamo, con Foucault, che l’immagine in quanto tecnologia del potere o in quanto funzione disciplinare, nasce meccanicamente a partire da una dissimmetria costitutiva tra vedere e essere visti e, dunque, da una dissociazione della coppia fondante “vedere e mostrare”. Quanto piuttosto perché ad essere in gioco è, indistintamente, il ruolo di ogni immagine (al di là di ciò che essa mostra) nel processo di normalizzazione e di guida della società. Non a causa del potere proprio dell’immagine (della sua forza intrinseca) ma per le differenti relazioni che legano l’immagine al potere o ad un mercato che ha sempre più i contorni della società stessa e al quale anche il politico è subordinato.
Da un lato si assiste alla proliferazione di immagini esplicitamente disciplinari in cui la sicurezza si afferma come il principio di base dell’attività dello stato. Le figure più ordinarie delle attuali democrazie, come è noto, sono la militarizzazione della polizia, le gated communities, le macchine blindate, le autovelox, le videocamere di sorveglianza, i dispositivi biometrici di controllo sempre più perfezionati - per limitarci solo ad alcuni casi. E cioè, come ha detto Hobsbawm di recente, ci troviamo di fronte a un mondo in cui l’economia invece di essere una prestazione di servizi reciproci sta diventando sempre più un sistema di controlli reciproci.
Dall’altro lato, invece, abbiamo a che fare con un immane mercato di merci semiotiche che sfruttano differenti canali digitali di distribuzione e diverse reti televisive che producono immagini di guerra o di campi profughi come si producono campagne pubblicitarie, dirette sportive, programmi d’intrattenimento. La quantità di immagini del terrore e della paura da cui siamo investiti, così come la definizione di una nuova estetica della violenza, a partire dal 9/11, mettono in scena ripetutamente un discorso dominante che è funzionale all’apparato militare-visuale. Ma in questa età di decadenza della democrazia moderna e del suo progressivo convergere con gli stati totalitari, è ancora possibile isolare un campo iconografico privilegiato della trasmissione del potere, un suo specifico modello visuale, dal resto di tutti gli altri eventi visivi che quotidianamente ci assediano? Può darsi un qualche tipo di connessione, dal punto di vista della dominazione e dell’assoggettamento, tra la produzione e la circolazione di immagini del disastro e quelle di un match di football?
Lontano da ogni giudizio morale sull’abolizione delle frontiere convenzionali tra ciò che può e non può essere mostrato, è possibile orientare una lettura di tipo epistemologico sul rapporto tra immagini e potere? Se infatti pensiamo che non sia più possibile distinguere tra loro le varie classi di immagini nella loro capacità di catturare, orientare e modellare il sociale, questo è perchè l’economia dell’informazione, come forma totalitaria del capitalismo attuale, pone al centro del lavoro il linguaggio, le attitudini relazionali, le attività cognitive e la comunicazione, inserendoli all’interno del processo produttivo post-fordista. In sostanza è la totalità della vita che viene catturata dentro la sfera della produzione capitalista, ponendo una nuova accezione del lavoro come momento originario della produzione biopolitica. O, meglio, istituendo una coincidenza radicale tra lavoro e vita. “Come il lavoro è stato la forma di sfruttamento e di “sorveglianza” della “soggettività generale” nel capitalismo prima del Sessantotto - afferma Maurizio Lazzarato in un passaggio chiave - , così la comunicazione, il linguaggio, l’informazione sono le forme di sfruttamento e di controllo della soggettività del capitalismo post-Sessantotto” (1996). E, come spiegano i teorici del lavoro immateriale, se la continuità della disciplina della fabbrica si esercitava su una parte definita contrattualmente della vita, oggi il controllo indiretto si esercita sulla totalità della vita del lavoratore autonomo. E cioè non è più il “tempo di lavoro” che l’economia dell’informazione cattura e rende produttivo ma è il “tempo di vita” stesso.
Dunque non è più possibile congetturare un fuori rispetto ai rapporti capitalistici o ipotizzare una esteriorità all’economia di mercato, come altrimenti si dava nel precedente ciclo produttivo fordista. Se è dunque vero che all’interno dell’attuale regime capitalista ogni discorso sul potere non può prescindere da un’analisi del linguaggio e delle immagini (indipendentemente dalle specifiche classi di appartenenza), è altrettanto vero che la comprensione della cultura visuale diventa euristicamente efficace solo se siamo in grado di trasformarla in una sorta di critica dell’economia politica delle immagini. Come sapeva Benjamin, rispondere alla mercificazione delle immagini o al disciplinamento della percezione con la riaffermazione dell’arte, come momento del tempo liberato e - in quanto tale - sottratto al mercato, sarebbe solamente reazionario. E’ molto più importante focalizzare l’attenzione sulla produzione, sulla distribuzione e sulla velocità di circolazione delle immagini, così come sui contesti di ricezione localmente specificati e sulla costituzione del consumatore, piuttosto che sull’immagine come luogo di mediazione o sul potere dell’immagine come tale (sulla sua innocenza o colpevolezza semantica). Lo spazio occupato dall’immagine è oggi il frutto di una sorta di speculazione immobiliare, è lo spazio d’interdizione per altre immagini, è uno spazio strategico che fa distogliere l’attenzione dal resto, che fa guadagnare tempo. Indipendentemente da ciò che essa mostra o censura, l’immagine che comunque si dà a vedere, è anche e soprattutto quella che nasconde tutte le altre. Non è un caso che abbiamo cominciato ad occuparci del regime di visibilità e di invisibilità delle immagini a partire da “due vittorie di Pirro” dell’informazione televisiva globale, come le ha definite Serge Daney, riportate l’indomani della caduta del muro di Berlino. In un caso l’ipercircolazione di una immagine (il cadavere di Nicolae Ceasescu), nell’altro la sua completa sottrazione (la prima Guerra del Golfo senza cadaveri). E proprio Daney si chiedeva: “C’è davvero una differenza tra questo macabro romeno e la chirurgia irachena che lo avrebbe seguito? Si tratta piuttosto dei due bordi esterni del mondo dell’immagine: da un lato l’accanimento gore sui corpi, dall’altro la cancellazione video degli stessi corpi. Due modi di finirla con ciò che resiste” (1991). Erano i tempi in cui si cominciò giustamente a parlare di “guerra di immagini” piuttosto che di “immagini di guerra”. Sarebbe ora necessario estendere il dibattito alla gestione e regolazione di tutti i flussi di immagine come, del resto, lo stesso Daney aveva cominciato a fare.
La politicizzazione dell’immagine non corrispondere al suo contenuto politico. Non coincide più con esso. Lo oltrepassa. Questo mi pare il punto di partenza di una indagine del visivo come spazio sotto controllo e come dispositivo del potere. Proprio perchè una volta compiuto un lavoro di critica ideologica della cultura visuale rimane il problema di quali immagini (strumenti) siano immediatamente utili alla lotta politica.
(Marco Scotini)
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